World Soil Day

A partire dal 2014, ogni 5 Dicembre i Paesi membri dell’ONU celebrano il World Soil Day.

Nella comunità scientifica si parlava di istituire una giornata in cui ricordare il ruolo centrale del suolo per lo sviluppo della vita fin dal 2002, ma solo nel 2013 una commissione della FAO (Food and Agricolture Organisation) guidata dal Re di Thailandia Rama IX ottenne il riconoscimento ufficiale e il via libera per l’anno successivo. Si parla spesso della correlazione tra deforestazione e cambiamento climatico, senza pensare che il problema non riguarda solo i polmoni verdi del Pianeta, ma anche la cementificazione dei territori a noi più vicini. Il suolo ha infatti un grandissimo impatto sul clima.

Nei mesi estivi, cemento e asfalto tendono ad immagazzinare e poi sprigionare moltissimo calore, diversamente dalle aree coperte dalla vegetazione, dove la traspirazione delle piante permette l’abbassamento delle temperature, oltre alla fissazione del carbonio nel sottosuolo, che ne contiene le emissioni nell’aria. Al contrario, nelle ore più fredde non può essere rilasciato il calore dovuto alla sostanziale inerzia termica degli strati profondi.

L’istituto Superiore per la Protezione Ambientale (ISPRA) definisce il consumo di suolo come: “un fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale con incremento della copertura artificiale, legata alle dinamiche insediative.” Risulta evidente quindi il ruolo centrale dell’edilizia nello sfruttamento di questa risorsa primaria e rinnovabile solo per mezzo di processi fisico/chimici estremamente lenti, le cui funzioni, vitali per il benessere ambientale (dal supporto della biodiversità alla regolazione del ciclo idrologico), vengono azzerate da edifici ed infrastrutture che impermeabilizzano il sedime. In Italia il fenomeno è particolarmente diffuso, per il prolificare di piccoli centri urbani a bassa densità abitativa, sviluppati per progressivo ampliamento dell’abitato, e il relativo incremento delle arterie di collegamento. Nel nostro fragile territorio, va poi considerato il rischio idrogeologico, perché l’acqua non assorbita dal terreno finisce con l’ingrossare i fiumi o provocare smottamenti. Per spiegare il fenomeno bisogna considerare che molti Comuni ricorrevano agli Oneri di Urbanizzazione per mantenere i servizi e che la pianificazione strategica si è basata a lungo su previsioni di crescita demografica molto alte, ormai non più necessarie.

Negli ultimi due decenni molto è stato fatto per tentare di mitigare e compensare il consumo di questa risorsa prioritaria, con un grande impegno da parte delle istituzioni Europee e locali, che prendono le decisioni dai risvolti più immediati ed efficaci.

Gli stati europei sono stati invitati a puntare entro il 2050 al bilancio zero nel rapporto tra aree libere e impermeabilizzate, e l’Italia, ne sta facendo una priorità per mettere il paese in sicurezza in caso di calamità naturali, provvedendo alla bonifica dei siti, prevendendo lo stanziamento di quasi 3mld del PNRR. Strumento primario in questa campagna si rivelano i progetti di rigenerazione urbana, che coniugano protezione territoriale e riqualificazione di insediamenti abbandonati. La Lombardia, che detiene il primato per metri quadri coperti artificialmente sia in termini assoluti che percentuali, è stata la prima a trasformare questi principi in leggi imponendo costruzioni ad impatto zero, tramite recupero di edifici abbandonati e progetti di bonifica nell’ottica di un complessivo miglioramento socio-ambientale.

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